Le pagine personali di
Paolo Fasce

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Ho cominciato a votare nel 1985, non potendolo fare per un solo giorno alle amministrative del mese di maggio, mentre frequentavo la quarta liceo scientifico, riuscii a farlo nel mese di giugno quando fui chiamato a decidere sull'indennità di contingenza. Votai per l'abolizione della scala mobile (come altri 18 milioni di italiani, contro i 15 che la volevano mantenere). In seguito ho sempre votato ai referendum, ritenendo che gli appelli al boicottaggio fossero in ogni caso un improprio strumento di propaganda politica e un atto violentemente diseducativo. Ho anche votato a tutte le consultazioni elettorali, amministrative, regionali, politiche, europee, fatta eccezione per l'anno dell'elezione del sindaco Sansa giacché in quel periodo mi trovavo in Belgio per il mio programma Erasmus.
Dal 1985 ad oggi ho votato nell'80% dei casi per il Partito Socialista o per il Partito Radicale.
In gioventù sono stato iscritto al Partito Socialista Italiano, ma le vicende di tangengopoli mi diedero una delusione così grande che aderii al movimento degli iconoclasti dipietristi. Poco dopo ci fu la confluenza di tutto il movimento ne I Democratici, un ambiente plurale che però aveva una forte tensione morale comune e una grande attenzione alle istanze della base. Eravamo nel 1998 e tutti i comitati locali avevano a disposizione liste di posta elettronica, spazi per siti web e indirizzi di posta elettronica personalizzati. Divenni quindi Referente Regionale Internet della Liguria e lavorai intensamente alla gestione del dialogo interno ed esterno tramite quegli strumenti che oggi sono il pane quotidiano. Poi ci fu la confluenza nella Margherita. A quel punto cominciarono i dolori. Gente di tutti i tipi, dal giovane dalle belle speranze, ai vecchi squali. Soprattutto questi. Partecipai al primo congresso costitutivo della Liguria in quanto primo dei non eletti in una circoscrizione e ascoltai la relazione del Commissario Rosario Monteleone che introduceva il candidato alla presidenza regionale Rosario Monteleone che più o meno diceva: "Non presento una relazione di consuntivo del lavoro svolto perché sarebbe scorretto in quanto sono candidato alla carica di presidente regionale", ma che invece voleva dire: "ho raccolto i voti necessari, questo congresso è un rito, facciamo questo rito, ma non rompiamoci le scatole con i discorsi; so contare e governare tessere, mica fare discorsi". Nessuno, in seno alla Margherita, pensò di raccogliere l'eredità telematica de I Democratici perché, in fondo, a nessuno nella Margherita importava discutere con la base, con la società civile. Me ne sono accorto subito, ma sono restato fin troppo, tirato per la giacchetta da qualche amico valido che mi dispiaceva lasciare solo. Quando all'interno della Margherita i teocon sono diventati i padroni della linea politica, ho cortesemente salutato e mi sono quindi evitato la transizione nel PD. Rimasto sempre laico, socialista e radicale mi sono guardato attorno e non mi è restato che rientrare tra i ranghi, nella vecchia e sana famiglia socialista. Quella che difende la scuola laica e di tutti, quella che difende i diritti dei più deboli, quella che promuove politiche di sviluppo, quella che ha una storia che nasce a Genova, ma che ha importanti riferimenti in tutt'Europa. Sono tornato nella casa di Sandro Pertini. In quella che oggi mi piace vedere abitata da Zapatero e Blair. Certo, c'é anche De Michelis, ma in fondo ci sono anche Angela Burlando (capolista alla Camera in Liguria), Franco Grillini, Gavino Angius, Valdo Spini, Rino Formica e Pia Locatelli.