Il Secolo XIX - 07/08/2003
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Superenalotto, tassa sulla speranza

Il Secolo XIX, ogni settimana un appuntamento con le recensioni e gli appuntamenti ludici della Liguria, curate da Paolo Fasce Secondo alcuni dati forniti dal Censis già pochissimi anni fa, gli italiani spendevano circa 25 milioni di euro in giochi d’azzardo legali, ogni anno. L’incremento che si ebbe alla fine dello scorso millennio, specie con l’introduzione del superenalotto e le lotterie allora molto fortunate del Gratta e Vinci, fu del 100% in pochissimo tempo e tutto lascia supporre che la febbre da gioco non si sia attenuata, specie in periodi come questo. Non è dato sapere, con precisione, quanto di questa cifra viene poi restituita in termini di premi, ma analizzando i regolamenti dei vari giochi è possibile stimare che tale valore non è tanto distante da un terzo degli incassi lordi. Ipotizzando che tutti, ma davvero tutti, partecipino a queste forme di azzardo diffuso, possiamo dedurre che ciascuno di noi versa una tassa volontaria annuale di circa 500 euro. Se a questo aggiungessimo la spesa in sigarette, potremmo facilmente concludere che gli italiani rinunciano ad una vacanza, o a una pensione integrativa, spendendo i propri soldi per vane speranze di vittoria o in danno alla salute. Personalmente non faccio né l’una, né l’altra cosa. Immagino di non essere il solo (infanti e ultracentenari, prima considerati, suppongo si astengano dal gioco del Lotto), e pertanto la conclusione allarmante è che molte persone spendono male cifre davvero consistenti. La percentuale di giocatori patologici, secondo gli esperti, rappresenta da sempre circa il cinque per cento degli scommettitori abituali. Siccome il numero dei giocatori sistematici è cresciuto fino a venti milioni negli ultimi tempi, abbiamo almeno un milione di persone a rischio. Da parte sua, lo Stato non sembra preoccuparsi, visto che sono state introdotte nuove forme di gioco (sale Bingo, scommesse sportive et similia), mostrandosi repressivo (a parole) soltanto contro videopoker. E pensare che in Francia si investe, e molto, sugli sport della mente e in vent’anni il mondo scacchistico d’oltr’alpe ha fatto balzi da gigante. Se da un lato la liberalizzazione ha tolto fiato al gioco clandestino, non manca il lavoro per assistenti sociali e terapeuti, sempre che chi è soggetto alla malattia, sia sufficientemente in grado di riconoscere il proprio stato di disagio e, conseguentemente, di rivolgersi per un supporto agli appositi servizi, pubblici e privati. L’introito per lo Stato è davvero consistente, tanto da poterci permettere di concludere che ogni anno i giocatori d’azzardo evitano al governo, qualsiasi sia il suo colore, di prendere provvedimenti fiscali dell’ordine di grandezza di una “manovrina”. Per pagare quella che Ennio Peres chiama “tassa sulla speranza”, si sopportano anche code estenuanti sotto il caldo più torrido, come quello di questi giorni. E a nulla valgono i moniti di psicologi e psichiatri di ogni parte del mondo che ritengono che questa abitudine possa generare una sindrome patologica le cui conseguenze sulla personalità presentano aspetti analoghi a quelli generati dalla dipendenza da alcool e sostanze stupefacenti. Su questo discorso si innesta anche il ricco mercato dei fattucchieri e delle portafortuna televisive che vendono metodi sicuri (che ovviamente non esistono) o che interpretano i sogni, facendosi pagare profumatamente. Pochi calcoli banali sono sufficienti per verificare che se giocassimo tutti i giorni della nostra vita 1000 colonne di superenalotto, avremmo complessivamente molto meno di un millesimo di probabilità di vincere. Si obietta: dobbiamo lasciare aperta la porta della fortuna. La probabilità di ereditare una cospicua somma da un lontano parente arricchitosi, o di trovare una borsa con qualche milioncino sull’autobus, è forse superiore, sicuramente meno costosa. Si prevedono boom di abbonamenti AMT?

Paolo Fasce (paolo@fasce.it)