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Paolo Fasce

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Lettera a una professoressa 2


Don Milani vive ancora

Vito PiazzaErickson
Commento:

Sono abbonato alla newsletter di Erickson. Leggo quindi di proposte culturali che, dato il mestiere che ho avuto la fortuna di poter scegliere, mi attraggono parecchio e in una di queste ho letto qualcosa che mi ha incuriosito, non ricordo neppure cosa perché una ciliegia tira l'altra, ma mi ha riportato sul sito. Da lì ho scaricato il catalogo on line (un malloppone pdf di notevoli dimensioni) e ho di nuovo scoperto un mare di testi interessanti.

In un primo momento mi sono perso nelle pagine dei libri dedicati alle difficoltà in matematica. Ne ho trovati diversi interessanti, ma moltissimi sono orientati alle scuole elementari e medie. Eppure nelle superiori le difficoltà non mancano (e ho anche delle opinioni personali al riguardo...). Questa "Lettera a una professoressa 2" mi ha attratto perché la figura di Don Milani, nel corso della mia formazione di insegnante sia alla SSIS di Genova che a quella di Venezia, è stata citata più volte. Mi è capitato anche di seguire, qualche settimana (mese?) fa una trasmissione di Gad Lerner sull'argomento ("L'infedele" su La7, mi pare un mercoledì sera). A Genova, dove vivo, c'é una scuola sperimentale dedicata a Don Milani e tutto quello che mi è venuto all'orecchio da quell'ambiente mi affascina e, pure, mi convince. Ho frequentato dei seminari organizzati dal LabTD proprio in quel contesto, alcuni imperdibili, altri, purtroppo, pur imperdibili, li ho persi per impegni immaginabili.

E' stato quindi un impulso irrefrenabile quello di cliccare sul pulsante "metti nel carrello" e di acquistare "Lettera a una professoressa 2"1.

Confesso: non ho letto la "Lettera ad una professoresse" di Don Milani, ma dopo avere letto questa continuazione di Piazza, penso che la cercherò e, temo 2 che presto farà parte della mia biblioteca anche quella.

Questo libro mi è arrivato in settimana e l'ho cominciato a leggere sabato pomeriggio. Alla sera ho chiuso la televisione (senza grossa fatica, il meglio della serata era "Shrek) e ho continuato a leggere. Sono andato a letto, ma mi ha colto l'insonnia (volevo continuare a leggere). Ho continuato a leggere, ancora, ma poi sono crollato. L'ho finito domenica mattina alle otto, dopo essermi alzato alle sei e mezzo (e, beninteso, dopo avere fatto colazione). Me lo sono bevuto in poche ore, non ho potuto staccarmi. E ho scritto queste note subito dopo, ancora emotivamente turbato.

E mentre leggevo, nella mente, venivano evocate tutte le situazioni che ho vissuto nel corso degli ultimi anni, sia quelle della mia formazione, ma soprattutto quelle della scuola vera, quelle della scuola in classe, dei rapporti coi colleghi che se alzi il registro della comunicazione pedagogica ti guardano come un marziano. Quelli che pensano, e che davvero equivocando mi accusano di buonismo e che non hanno capito che Don Milani non ha detto che la scuola deve essere facile, che l'istruzione significa diploma, non ha detto promuoviamo tutti e neppure buttiamo la scuola. Dice invece che occorre che tutti studino a prescindere dalle opportunità, che occorre consentire a tutti di portare a termine un iter scolastico formativo di qualità, che occorre che l'insegnamento sia considerato una missione e non un mestiere3, che l'educazione linguistica deve essere al centro di ogni processo formativo e che impadronirsi degli strumenti espressivi deve essere la prima tappa di un processo educativo anche complesso4.

Confesso, ho sempre pensato che I care fosse un motto dei democratici americani. Sono rimasto sorpreso nel leggere su wikipedia che è stato coniato da Don Milani in contrapposizione al me ne frego fascista. Leggendo questo libro mi sono messo a piangere, quando ho letto come, secondo Bombeck, il buon Dio sceglie le madri dei disabili (ho difficoltà a scrivere, come nel libro, handicappati). E che dire dell'If di Kipling: "Un giorno incontrerete qualcuno per cui il denaro non conta. Allora vi accorgerete di quanto siate poveri". Nel mio piccolo, nella cucina di casa mia c'é un poster nel quale c'è scritto "Only after the last tree has been cut down, only after the last river has been poisoned, only after the last fish has been cought, only then you will find that money cannot be eaten". E sono anche un appassionato lettore di Mafalda (di Quino) che Piazza cita nel libro. In particolare dico sempre che, come Miguelito, ho un piccolo giardinetto interiore nel quale posso sempre raccogliermi ed essere felice (e, aggiungo, in questo giardinetto c'é spazio!). Rubo spesso anche la sentenza di Libertà che afferma "Una zanzara non può fermare un treno, ma può riempire di morsi il macchinista!".

Le continue citazioni nel testo della "Lettera" originale mi hanno fatto davvero venire voglia di leggerla. Il fatto che sia stata scritta/pubblicata nel mio anno di nascita mi ha colpito. Come quando in occasione della discussione della tesi di specializzazione sul sostegno uno dei miei esaminatori più anziani mi ha ricordato che nel 1977, quando egli si specializzò, il suo esaminatore lo ammonì: "Ricorda che sei lì perché c'è lui, non per lui". Trent'anni fa. E questo pensiero l'ho sentito mio già prima di ascoltarlo. Sono fortunato. Sono uno di quei pierini5 che ha avuto tanto. E penso con rabbia a quella collega che qualche giorno fa, senza neppure comprendere appieno il danno delle sue parole, ha detto in classe "lunedì prossimo, durante il compito in classe, il prof. Fasce aiuterà Pippo e nessun altro, perchè Pippo è stanco e voi non meritate di essere aiutati". Ecco l'insegnante di sostegno che, invece di essere motore di integrazione, viene trasformato in marcatore della differenza. D'altro canto è la stessa persona che non sa gestire la classe e che ha affermato: "Quelli che si comportano bene, li aiuto. Quelli che si comportano male, li massacro"6. Poi dicono che le SSIS non servono... che bastano i concorsi! Ma ce lo mettereste voi un figlio adolescente nelle mani di chi non sa nulla di psicologia dell'età evolutiva? Io no.

Questo libro, forse ancora di più l'originale, deve essere letto dai docenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado. Non ho dubbi. E, forse, neppure il Ministero (peccato sia tardi per partecipare all'iniziativa che ho segnalato).


1) Assieme ad un'altra decina, invero; poi, per meri motivi di budget, mi sono contenuto nell'acquisto di questo libro e nell'abbonamento a "Psicologia dell'educazione", rivista novità 2007 nella collezione "Educazione e didattica".
2) Più precisamente è mia moglie a temere giacché ogni volta che mi avvicino ad una libreria, anche on line, divento un pericoloso spendaccione compulsivo.
3) Sulla necessità che un insegnante senta la vocazione, ho qualche dubbio. Questo deriva dal fatto che mi è capitato di discutere su questo tema con dei colleghi durante gli anni della specializzazione. Ebbene, quelli che ritenevano indispensabile la vocazione erano quelli che meno apprezzavano la SSIS. Come se bastasse quella (la vocazione; è ovvio che la SSIS non basta ed è un punto di partenza!). Ma come, uno che insegna e che ha questa benedetta vocazione, non sente l'esigenza di prepararsi alla didattica? alla pedagogia? alla relazione? Santo cielo!
4) Sono debitore di questa schematizzazione del pensiero di Don Milani di una pagina web che qui segnalo.
5) Pare che Don Milani chiamasse così i figli dei borghesi che avevano già molto dalla società e che la scuola, facendo parti uguali tra diseguali, di fatto favoriva.
6) Relata refero, con precisione perché, incredulo, ho preso appunti per non dimenticare.


Note:
Nella pagina del sito Erickson che presenta il libro è presente un collegamento ad un video con un'intervista all'autore.
Non sono parente, non conosco, non ho mai conosciuto, visto o frequentato il sig. Vito Piazza.